Tra gli artisti e le artiste incontrate dalle classi durante l’uscita residenziale del progetto ci sono Alberto Refatti e Anna Martinatti di Acropoli, un’associazione che promuove l’innovazione nel campo dell’architettura, del design e della progettazione, mettendo in rete giovani creativi e realtà professionali e culturali.
Dall’esperienza alla Colonia Monte Vezzena è nato il lavoro che Acropoli sta ora sviluppando per l’EduTour: un’installazione pensata per trasformare alcune delle richieste emerse da ragazze e ragazzi, a partire dal bisogno di essere ascoltati, in uno spazio concreto da vivere e attraversare.
Abbiamo fatto qualche domanda ad Alberto per capire come l’incontro abbia influenzato il processo di progettazione e cosa possiamo aspettarci dall’opera che sarà presentata durante l’EduTour.
Partiamo dalla residenziale: quando hai incontrato ragazze e ragazzi, che cosa ti ha colpito di più del loro modo di raccontarsi e di guardare i luoghi che abitano?
La narrazione che le classi ci hanno fatto di questa loro esperienza di peer education mi ha colpito molto. In particolare, mi ha colpito il legame, quasi affettivo, che questa esperienza ha permesso loro di creare non solo con le persone, ma anche col luogo in cui l’hanno vissuta. È stato molto toccante vedere anche l’orgoglio con cui queste classi raccontavano il loro ruolo da educatori e l’entusiasmo con cui hanno partecipato a questo percorso.
E adesso che ci stai lavorando… L’incontro con loro ha cambiato qualcosa nel tuo modo di guardare questo lavoro? Ti hanno fatto vedere qualcosa da una prospettiva diversa? C’è qualcosa che ti hanno insegnato i ragazzi e le ragazze durante questo percorso?
Beh, di sicuro l’aver incontrato le classi ci ha permesso di avere un approccio alla progettazione che non avesse l’obiettivo di progettare qualcosa per loro, ma progettare qualcosa che partisse da loro, dalle loro esigenze e dai loro racconti. Questo ci ha permesso di andare fin da subito a ideare uno spazio capace di accogliere diversi modi di vivere e di approcciarsi all’ambiente urbano nel quale andrà ad inserirsi. Avere avuto la possibilità di confrontarsi con loro è stato proprio un grande arricchimento.
Arriviamo al lavoro che stai preparando. Cosa ci puoi spoilerare dell’EduTour? Cosa stai preparando e come stanno entrando nel lavoro le cose emerse durante la residenziale?
Il risultato di questa installazione che l’EduTour andrà a generare è la creazione di un luogo identitario che andrà a rispondere alla richiesta di ascolto che le classi ci hanno rivolto. Quindi speriamo di riuscire a creare uno spazio nel quale le persone si sentano accolte, che possano rendere loro e nel quale questa dinamica di ascolto possa avvenire in maniera naturale.
Qual è stata la sfida più interessante nel trasformare una riflessione dei giovani in qualcosa di concreto, che occupa uno spazio e che le persone potranno attraversare?
La risposta un po’ è già nella domanda perché la sfida più grande probabilmente è stata proprio quella di riuscire a trasformare in concretezza un qualcosa di molto astratto: quindi questo concetto che ci è stato trasmesso dell’ascolto. Speriamo di essere riusciti in questo intento e di essere riusciti a creare un luogo identitario nel quale questa dinamica di reciprocità possa avvenire.
Quando l’EduTour arriverà nei territori cosa ti piacerebbe che succedesse? Non tanto cosa vorresti che le persone “capissero”, ma che cosa vorresti che provassero, facessero o si portassero a casa dopo aver incontrato il vostro lavoro?
Nella pratica della progettazione, indubbiamente, c’è un’ipotesi di come un luogo che si va a progettare debba essere vissuto. Sarebbe però bello che l’obiettivo fosse proprio lo scardinamento di questa dinamica che, per esigenze progettuali, noi abbiamo dovuto creare. Il rapporto con Lorena e con Maria Vittoria ci ha permesso di arricchire questa esperienza progettuale grazie alle loro pratiche artistiche, che ci hanno consentito di caricare questo luogo della possibilità di trasformarsi e di essere vissuto in diversi modi, a seconda delle esigenze delle persone che andranno a relazionarsi con esso.
Se dovessi scegliere una sola parola per raccontare quello che stiamo costruendo insieme, quale sceglieresti? E perché proprio quella?
Scado nella banalità dicendo “ascolto”. Il concept di questa installazione vuole proprio essere questo: accogliere, prendersi una pausa e permettere alle persone di esprimere il loro punto di vista senza concentrarsi necessariamente unicamente sul proprio. Spero quindi che questa dinamica, trasmessa anche attraverso l’immagine forte della virgola, di questa pausa che permette di astrarsi per un momento dal proprio pensiero e di concentrarsi su quello degli altri, possa avvenire in maniera naturale.