Tra le artiste coinvolte nel percorso di realizzazione dell’EduTour c’è Lorena Martinello, illustratrice e antropologa che si occupa di arte partecipativa e collaborazione comunitaria come strumenti di rigenerazione sociale.
Durante l’uscita residenziale alla Colonia Monte Vezzena ha accompagnato ragazze e ragazzi in un lavoro di espressione creativa e riflessione condivisa, raccogliendo emozioni, immagini e parole che oggi stanno contribuendo a dare forma all’installazione che accompagnerà l’EduTour nei territori. Con lei abbiamo parlato di ascolto, giudizio, creatività e del valore trasformativo delle relazioni.
Partiamo dalla residenziale: quando hai incontrato ragazze e ragazzi, che cosa ti ha colpito di più del loro modo di raccontarsi e di guardare i luoghi che abitano?
Quando ho incontrato i ragazzi e le ragazze in residenziale la cosa che più mi ha colpito è stata la riflessione sul giudizio, su quanto si sentano giudicati dagli adulti, ma soprattutto dai loro pari. È una cosa che non mi aspettavo. Pensavo che fra pari non ci fosse una presenza così forte del giudizio, capace a volte di bloccare e di impedire di esprimersi liberamente. Da lì sono partita per farli lavorare proprio sul provare a esprimersi senza aver paura del giudizio degli altri. È una cosa difficilissima, però piano piano siamo riusciti ad arrivarci.
E adesso che ci stai lavorando… L’incontro con loro ha cambiato qualcosa nel tuo modo di guardare questo lavoro? Ti hanno fatto vedere qualcosa da una prospettiva diversa? C’è qualcosa che ti hanno insegnato i ragazzi e le ragazze durante questo percorso?
Sì, i ragazzi e le ragazze mi hanno insegnato a provare ad andare fuori dagli schemi. Io ho dato delle consegne e ognuno le ha interpretate a modo proprio. Questo mi è piaciuto molto perché significa avere la libertà di seguire una proposta ma anche di metterci del proprio, arricchendola con la propria visione. Alcuni hanno lavorato in gruppo, altri hanno lavorato usando i materiali in modi diversi, reinterpretando quello che io stavo proponendo. Quello che mi porto via è sicuramente la loro grande energia e la potenza delle loro emozioni. Chi ha parlato di rabbia lo ha fatto in maniera molto forte; chi ha parlato di solitudine ci ha fatto capire quanto questa fosse molto profonda. È come se i ragazzi e le ragazze mi avessero ricordato che in questa fase della vita ciò che si vive è molto intenso e che noi adulti dobbiamo trovare il modo di accogliere questa intensità.
Arriviamo al lavoro che stai preparando. Cosa ci puoi spoilerare dell’EduTour? Cosa stai preparando e come stanno entrando nel lavoro le cose emerse durante la residenziale?
L’EduTour sta prendendo forma proprio in questi giorni. È stato un lavoro molto interessante che ci ha portato a lavorare insieme, a confrontarsi e provare a trasformare tutta la ricchezza che ci è stata donata durante la residenziale in un oggetto concreto. Io mi sto occupando della parte pittorica e quello che sto cercando di fare è mantenere i colori, le pennellate, i tratti, i segni e i concetti che i ragazzi e le ragazze ci hanno lasciato, riportandoli nel prodotto finale. I colori che vedremo, le texture e le parti pittoriche ci riportano direttamente a ciò che i ragazzi e le ragazze hanno prodotto in quella bellissima esperienza di due giorni.
Durante la residenziale avete lavorato con le immagini: ce n’è qualcuna che ti ha particolarmente colpita o che, magari, non avresti scelto tu ma che ti ha fatto cambiare prospettiva?
Si tratta di un’illustrazione in cui ci sono varie farfalle e ci sono delle colature di colore. Queste colature, che inizialmente potevano sembrare degli errori, sono state reinterpretate dalle ragazze e dai ragazzi come qualcosa di significativo. Hanno mostrato come l’immaginazione possa trasformarsi e trasformare. Questo mi ha molto colpito perché un elemento che dall’esterno può sembrare una casualità può invece assumere un grande significato e in questo caso anche un significato di libertà e di espressione di sé.
C’è un’altra cosa che mi ha colpito molto ed è un discorso che i ragazzi e le ragazze hanno rivolto agli adulti presenti tra insegnanti, amministratori e persone che sono attive nelle associazioni di volontariato. Con grande coraggio e sicurezza hanno letto un testo scritto da loro in cui dicevano: “Per questo oggi siamo qui non per lamentarci, ma per essere ascoltati. Chiediamo che le emozioni dei giovani non vengano considerate esagerazioni o debolezze. Spesso sentiamo il bisogno di indossare una maschera per apparire forti e nascondere ciò che proviamo davvero.” Poi vanno avanti e dicono: “Vi chiediamo quindi di costruire una realtà in cui i giovani si sentano rispettati e liberi di esprimersi, perché il cambiamento nasce quando possiamo essere noi stessi” e finiscono dicendo “grazie per l’ascolto.”
Questo testo mi colpisce davvero molto perché in maniera molto saggia parlano della loro condizione di giovani e danno a noi adulti una chiave di lettura molto importante. Le loro emozioni non sono esagerazioni o debolezze. Sono intense, proprio come loro. Non solo non usano la loro voce per lamentarsi, ma la usano per una richiesta di ascolto e di rispetto. Ecco perché questo testo mi ha proprio colpito; perché, ancora una volta, ci ricorda che non sono sempre i giovani a dover imparare da noi, ma forse siamo noi ad avere molto da imparare da loro.
Quando l’EduTour arriverà nei territori cosa ti piacerebbe che succedesse? Non tanto cosa vorresti che le persone “capissero”, ma che cosa vorresti che provassero, facessero o si portassero a casa dopo aver incontrato il vostro lavoro?
Mi piacerebbe che le persone sentissero di poter usare questo lavoro, che non lo percepissero solo come un’installazione da ammirare, ma come qualcosa di utile, di cui poter essere protagoniste. La cosa che spero di più è che chi utilizzerà questo oggetto possa sentirsi accolto e possa percepire che in questo luogo si può semplicemente stare, senza dover essere performanti, senza dover raggiungere un risultato o dimostrare qualcosa a qualcuno. Si può stare da soli o in compagnia e, a partire da questo stare, ascoltarsi, guardarsi dentro e predisporsi all’ascolto dell’altro. Credo che il cuore della questione sia proprio questo. Qualsiasi nostra azione o intervento, se parte dall’ascolto di sé e degli altri, può fare la differenza. È una differenza di stile, ma è anche ciò che cambia tutto.
Se dovessi scegliere una sola parola per raccontare quello che stiamo costruendo insieme, quale sceglieresti? E perché proprio quella?
Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere il progetto, sceglierei “profondità”. Credo infatti che questo progetto sia andato davvero in profondità. Non ci siamo limitati a raccontare ciò che è stato fatto, che è già molto importante e prezioso, ma siamo riusciti, grazie alla collaborazione e alle diverse sensibilità coinvolte, ad andare oltre la superficie. Siamo arrivati a vedere cosa sta sotto a tutte le azioni che hanno mosso questo progetto e a toccarne il cuore. Credo che questa sia un’esperienza molto particolare e speciale. Non succede spesso di riuscire ad andare così in profondità. Eppure lo abbiamo fatto insieme, con la speranza che anche altre persone possano arrivarci. Per questo la considero davvero una cosa preziosa.